Storie

Vladimiro Covili racconta Gino Covili

Gino Covili è un pittore modenese nato e cresciuto a Pavullo nel Frignano ritenuto da molti critici d’arte uno dei più importanti pittori del secondo Novecento. Spesso etichettato come artista naïf per il suo stile che per certi aspetti ricorda Antonio Ligabue, la sua pittura è in realtà tutt’altro che ingenua. I suoi quadri nascono dalla vita vissuta e delle riflessioni che tali esperienze hanno originato.

Ve ne avevamo già parlato in occasione della mostra dedicata al ciclo de Gli Esclusi allestita dentro il Complesso di Santa Maria della Vita a Bologna, e ora vogliamo portarvi alla scoperta della sua vita e delle sue vicende personali, per cercare la corretta chiave di lettura della sua arte. Recentemente siamo infatti stati ospiti a Casa Covili durante uno degli eventi della Fondazione CoviliArte e abbiamo potuto intervistare, o meglio fare due chiacchiere con il figlio primogenito di Gino Covili, Vladimiro. Egli ci ha raccontato senza pudori numerosi aneddoti e memorie legate al padre e allo stretto rapporto familiare.

“Sono figlio dell’amore io!” Vladimiro Covili ci accoglie con grande calore assieme al figlio Matteo (oggi amministratore della Fondazione) nella meravigliosa casa di famiglia, che sorge su una collina di Pavullo immersa tra i prati al confine tra il bosco e la città.

Proprio in questo luogo di condivisione è collocata anche la Pinacoteca Covili, che custodisce alcune delle opere più famose e interessanti dell'artista modenese, dai disegni alle più grandi tele. Le troviamo semplicemente appese alle pareti di casa, lungo i corridoi, nei salotti, tra cimeli e foto di famiglia, come a volerle tenere legate ai luoghi in cui sono nate.

Passando in punta di piedi di ambiente in ambiente, si ha l’impressione di poter accedere ad un luogo privato, custodito con amore dai figli per portare avanti il ricordo del padre. Si respira il legame familiare che unisce tutte le generazioni dei Covili, e quanto Gino rimanga per loro prima di tutto un padre e un nonno, oltre che un pittore di grande fama.

Quali tra le esperienze di vita di suo padre ritiene abbiano influenzato maggiormente la sua arte?

"Mio papà per i primi nove anni ha avuto il cognome della madre, Franchini". Vladimiro comincia il suo racconto e scopriamo così che Covili venne riconosciuto dal padre, un violinista trasferitosi in Francia, solo in infanzia avanzata. Nonostante questa iniziale mancanza, tra i due si creò con gli anni un buon rapporto, fatto di rispetto e visite reciproche. Ciò non si può invece affermare per il rapporto con il patrigno di Gino, “un uomo che beveva”, persona che rese l’infanzia del pittore ancora più incerta e difficile.

“La fase più significativa nella vita del giovane Covili" ci spiega Vladimiro "fu tuttavia quella della guerra, che lo vide coinvolto più di otto anni: sette come militare nell'aviazione, più un anno e mezzo di Resistenza”. Covili entrò nella Resistenza “non perché avesse degli ideali” ma per scappare e non essere portato in Germania; “poi, in montagna, gli incontri e le esperienze di vita lo fecero maturare e lì scoprì il valore della libertà, della lotta al fascismo e diventò partigiano”. Fu così che dopo la Liberazione si impegnò in politica e fu per tutta la vita un convinto attivista. Questa sua attenzione alla vita sociale e comunitaria è visibilmente rintracciabile anche in molti dei suoi quadri, come l’affascinante Discussione per la formazione della Cooperativa del 1975.

Nel Dopoguerra Gino sposò la sua compagna di vita, Albertina, “e dopo appena un mese e mezzo dal matrimonio nacqui io, seguito dai miei fratelli Graziella e Roberto”.

Nel corso della vita Gino face i più disparati lavori: iniziò dopo le scuole elementari come garzone di un barbiere; “già in quel periodo egli amava disegnare, tanto che realizzava per il cinema locale schizzi dei volti degli attori del cinema in cambio dell'ingresso omaggio, così come durante la leva militare creava disegni per il comandante nella speranza di guadagnarsi una licenza”.

Egli si impiegò poi come manovale, pastaio ed infine bidello del liceo scientifico locale, “impiego che per sua stessa ammissione fu la sua vera fortuna”. Grazie ad uno stipendio fisso e ad un lavoro che gli lasciava tempo libero, egli poté così tornare alla sua prima e vera passione: la pittura. “Aveva perfino costruito con le sue mani in uno dei lunghi corridoi del liceo uno sgabuzzino in legno, dove si ritirava per dipingere nei momenti liberi”.

Ci descriva la sua interpretazione, come figlio, dello stile pittorico e delle opere di Gino Covili..

Gino ha sempre creato i suoi quadri di getto”: nel suo segno si nota il movimento, l'istinto che lo guidava nel dipingere. Il suo tratto è fedele e sincero, legato alla terra e alle persone del suo paese, da cui non si separò mai. I quadri più noti sono proprio quelli dedicati ai mestieri e ai riti del mondo contadino. Meraviglioso e ricco di dettagli in questo senso Festa del 1979/80, un fermo-immagine della gente di paese durante i festeggiamenti, tra parole balli e cibi tradizionali. Ci sono poi le opere che ritraggono con vigore gli animali selvatici del territorio e quelli dedicati ai paesaggi del Frignano.

Ma il quadro più famoso è forse la panoramica invernale di Pavullo dall'alto, Il paese dorme e sogna, che appartiene all’ultimo dei suoi cicli tematici, Il Paese Ritrovato, che consta in tutto di una decina di quadri e una quarantina di disegni. Covili vi si dedicò all'età di 80 anni: giunto al termine della sua carriera scelse di tornare alle radici e ritrarre il paese di quando era bambino, i luoghi perduti della sua infanzia.

Ora vi svelo una cosa che pochi sanno: Il paese dorme e sogna fu il primo quadro ad essere disegnato, ma l’ultimo ad essere terminato. L’opera rimase nel suo studio in attesa per un anno, e nel frattempo Gino realizzò tutte le altre opere del ciclo; questo lo rende in un certo senso la sintesi e l'ispirazione di tutti gli altri”.

Nella tela si vedono alcune luci accese e mio padre conosceva casa per casa le vicende umane, le storie e i dolori delle famiglie che in quelle luci abitavano; una la chiamava la casa del peccato perché il marito violento e ubriacone picchiava la moglie”. Covili ha voluto rappresentare in quell’opera la storia corale del suo paese, un vero e proprio viaggio nella memoria, “un atto d'amore privo di retorica per la sua terra e le sue radici”.

Suo padre ha realizzato numerosi cicli pittorici, dedicati anche a temi peculiari e delicati, che evidenziano la sua sensibilità per gli ultimi, la sua empatia per le persone relegate ai margini della società..

Un esempio in questo senso è il ciclo dedicato alle Donne perdute: una raccolta di 96 opere di grande energia, dedicate al mondo della prostituzione e alla solitudine femminile, che è stata esposta lo scorso novembre all’interno di Palazzo d’Accursio, a Bologna.

Il ciclo de Gli Esclusi, dedicato ai malati di mente, nacque invece grazie alla sua frequentazione del centro psichiatrico Basaglia sorto sulle colline di Gaiato, di cui io ero amministratore”. “Mio padre passò molto tempo a farsi raccontare le storie delle persone che lo abitavano: passeggiava con loro, li portava a casa a mangiare le crescenti fatte da mia madre, organizzò anche un laboratorio terapeutico di espressione artistica con loro. Poi, nel chiuso del suo studio, dipinse questa galleria di 140 opere, che venne esposta per la prima volta integralmente nel 2007 alla Reggia di Caserta..Una mostra a cui lui teneva molto e che non poté vedere perché morì due anni prima”.

Uno dei cicli più particolari e distinti, pensando all’arte di Covili nel suo complesso, è quello dedicato a San Francesco. Ci può dire come mai suo padre si è voluto dedicare a questa tematica?

Normalmente non voglio parlare direttamente di questo episodio, perché su questo sono molto discreto, però me l’avete chiesto e ve ne parlo..Grazie della domanda”. Il ciclo dedicato a Francesco è curioso, soprattutto alla luce del fatto che Gino fu per tutta la sua vita un convinto ateo, ma quel ciclo "è nato come ex-voto per me”.

Vladimiro racconta che nel febbraio del 1992 è stato vittima di un incidente stradale, avvenuto con un camion sulla Nuova Estense. A causa della neve egli uscì di strada e il colpo fu così grave che rimase in coma per un mese.

Il padre appena appreso dell’incidente corse in ospedale, ma poi non vi tornò più. “Si chiuse nel suo studio e dipinse un quadro, un Cristo in croce dolente. Erano più di 40 anni che non pregava ma in quel caso tornò a farlo, nell'unico linguaggio che sentiva proprio: la pittura”.

Quando mi ripresi dal coma, mia moglie mi disse che Gino stava leggendo e dipingendo di San Francesco e io pensai ‘ma è matto?’ e non ero certo l’unico ad essere stupito, ma Gino si giustificava con gli amici dicendo: ‘scusa ma cosa dovevo fare, pregare Marx? Io ho pregato per mio figlio’“.

Al ritorno a casa di Vladimiro, Gino scrisse una dedica dietro quella prima prima tela (“Mi hai ascoltato Cristo, grazie”) e la regalò al figlio, mentre tutto il ciclo di San Francesco venne poi esposto per volere di padre Giulio Mancini presso la chiesa di San Damiano d'Assisi.

 

Autore

Elisa Mazzini
Elisa Mazzini

Le mie radici sono a Bologna ma amo viaggiare, sia fisicamente che con l'immaginazione, grazie a libri e film. @lelimaz

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