Storie

Un viaggio a colori con Paolo Gotti

  • Transcanadienne di Paolo Gotti

Le immagini del fotografo Paolo Gotti ci portano in giro per il mondo, per vedere ed esplorare con gli occhi di un artista bolognese.

 Le opere di Paolo sono visioni a colori, sature, dense che celebrano l'esperienza del viaggio e invitano a perdersi, perchè come dice lui “si sa quando si parte, ma non si sa quando si torna”.
E così ha sempre vissuto la sua ricerca artistica, sentendola sotto la pelle, sotto i piedi. E' stato per giorni su un'isola girata in mezzi pubblici con lo zaino in spalla nelle città coloniali della Colombia, ha girato in periferie dell'Africa e del Centro America spesso pericolose come lo Yemen, è stato in Guatemala durante degli attentati e, in Kenya, ha dormito nei parchi dentro una tenda. L'esperienza è diretta e personale, Paolo respira il viaggio, ruba scatti, fotogrammi a colori di anima che si stampano sulla pellicola.

TER: Che cos'è il viaggio?
PG: Il viaggio è una fonte di ispirazione, sono un vero bolognese, nato e cresciuto a  Bologna, ma fotografare l'ambiente con una certa passione, quello viene dal viaggio.

TER: Cosa significa la fotografia per te?
PG: La fotografia è un mezzo per viaggiare due volte, lavoro da solo, viaggio da solo, è un momento per me molto importante, ricordo situazioni, davanti a paesaggi quasi inverosimili, in cui ti trovi a dover scattare una fotografia con le gambe che ti tremano e in quel momento, non vedi l'ora di poterle trasmettere e farle vedere anche agli altri.

TER: Da dove nascono i tuoi progetti?
PG: Con l'avvento del digitale mi è passata la voglia di lavorare in studio, avendo un archivio così importante e vasto di fotografie, ho sentito l'esigenza di mostrarle, esporle e mi sono dovuto inventare un modo, realizzo i calendari dal '92, quasi tutti gli anni, da parete e da scrivania, con temi molto buffi o curiosi per quelli in piccolo formato, mentre lascio alla grande stampa l'emozione profonda.

TER: Cosa raccontano le tue immagini?
PG: Per me la foto deve essere emozione. Privilegio il colore, l'uomo in fondo vede a colori. Il bianco e nero lo associo ad una fotografia di tipo sociologico, ad una valenza legata al sociale.

Qui cita Fontana, il grande maestro del colore, sua ispirazione da sempre e dopo una pausa sorride e e dice “uno dei miei miti”.

TER: E i ritratti?
PG: Fanno parte del calendario Faces, molti mi considerano un fotografo di paesaggi, ma non è vero, non sono solo quello, mi piace fotografare le persone.

TER: C'è un rimando forte all'estetica di McCurry, un'altra ispirazione?
 PG: McCurry è un altro dei miei miti, anche se lui è più un foto-giornalista, io prediligo un'immagine statica, la foto pensata, costruita seguendo un po' la mia formazione di architetto, quando ero a Firenze a studiare seguivo un corso di fotografia la sera e mi insegnavano il taglio dell'immagine, l'equilibrio dei volumi, anche perchè con le 24/36, le vecchie macchine, la foto veniva costruita prima di scattare, sono un fotografo di vecchio stampo, mi piace costruire l'immagine al momento della ripresa.

TER: La tua indole di architetto influisce sui tuoi scatti?
PG: Si, presto grande attenzione agli orizzonti, alle linee cadenti, al quadro diciamo, alla composizione dell'immagine, c'è molto studio dietro e anche molta cultura

TER: Questo è puro piacere del ritratto o c'è dell'altro?
PG: Beh c'è sempre un po' di denuncia sociale, soprattutto quando vedi popolazioni del ghana, ad esempio, c'era un personaggio che ci ha chiesto un passaggio, nel mezzo del deserto dello yemen,  con un fucile in spalla e si è fatto 200-300 km sul tetto della macchina, senza fare una piega.

TER: Sono stati tutti disponibili a essere fotografati?
PG: Normalmente chiedo, ma in alcuni casi l'impulso coincide con il momento, fortuito, come un ragazzo arabo che appena si è accorto di essere fotografato è scappato.

Altri, soprattutto gli anziani, si lasciano ritrarre, dalle immagini sembrano incuranti, distanti ma con un fondo di accusa, i loro occhi non piangono ma senti la rabbia, il dolore e insieme la bellezza, assoluta, colta da Paolo.
La faccia della persona racconta la sua storia, sembra un paesaggio, con quelle solcature, le rughe sono valli, montagne, canyon nell'atlante che è l'individuo.
Poi ci sono quei volti senza età, le persone a cui non puoi dare una certa collocazione anagrafica, hanno occhi che parlano e ti raccontano una storia senza voce, senza inizio e senza fine, stralci di vita che puoi solo immaginare come l'eco di una fiaba lontana, con una profonda vena di tristezza e malinconia. C'è sapore di vissuto che intriga, cattura senza lasciare andare mai, in un circolo di curiosità. La fotografia colma il gap linguistico, è il mezzo di espressione che non necessita di traduzione e ti concede un silente dialogo di emozioni.

TER: Quanto spesso vai in viaggio a fotografare?
PG: In media un paio di viaggi all'anno, di solito a febbraio, ultimamente Cuba è la mia meta... Lo sai,  una volta la Lufthansa mi pagava in biglietti aerei.

TER: Torniamo alle tue radici, l'Emilia-Romagna, Bologna, cosa ti lega a casa?
PG: Qui ci sono i miei amici, le persone con cui sono cresciuto e due progetti che ho realizzato che sono il mio orgoglio: il mio studio-abitazione dove lavoro e il mio buen retiro, una casa isolata, del settecento, in sasso, volutamente senza corrente elettrica, si usa solo la luce della candela. Fa parte del mio essere, come mi perdo nelle lande desolate dell'Islanda ho biogno di ritrovare quel distacco, quella pace anche vicino a casa, nelle valli montuose della mia terra.

TER: Com'è il tuo rapporto con la città?
PG: La amo ma ha i suoi lati bui, è statica e a volte provinciale, non puoi fare a meno di vedere questi limiti quando viaggi molto, però ha qualcosa che mi fa sempre tornare, alla fine il cuore mi riporta qua.

TER: Il tuo background di architetto ha una relazione con l'estetica della città?
PG: Si, ovviamente con i portici, mi giro la città spesso, da solo, giusto l'altro giorno sono andato in via galleria, c'erano dei lavori per la mostra di Veermer e ho notato dettagli che non non avevo mai visto prima, spesso è così a Bologna, scopri dei luoghi nuovi, degli angoli che fino a quel momento erano rimasti nascosti.

TER: Luogo del cuore?
PG: Le sette chiese, piazza delle mercanzie. E i Colli, molti non li conoscono, quando i miei amici vengono a trovarmi dall'estero e li porto sui Colli rimangono estasiati dalla vista. 

TER: Raccontami Bologna con una frase:
PG: E' una grande mamma


TER: Con una canzone?
PG: Tutte quelle di Lucio Dalla, giocavamo a pallone insieme, negli anni '70-80 a Gaibola, dove si incontrava tutta la bologna giovane e tutti ci conoscevamo, era molto mondana, ricordo che Lucio aveva la sua squadra ed erano eventi grandi, di festa.
Ho anche un ritratto, di Lucio, che gli ho scattato in quel periodo, con il cappellino da fantino l'ho regalata a Tobia.

Si può quasi vederli, con i vestiti anni settanta i capelli un po' lunghi, una sigaretta tra le labbra.
C'è commozione quando ne parla, due artisti, diversi, con qualcosa in comune, i ricordi si fondono e ti connettono ad una matrice comune, sono due fili di una stessa matassa legata alla storia di Bologna e come la storia rivive dalle sue mura gli aneddoti e la vita si rianimano con le parole di Paolo.

TER: Un piatto della tradizione?
PG: Tagliatelle al prosciutto.

Un altro ricordo emerge, Paolo sorride, con la spensieratezza che hai solo dopo molti anni e le memorie di gioventù sono un' isola in cui tornare per essere felice.

PG: Quando ero giovane andavo a Vizzano, dalle vecchine, c'era un ristorante a picco sul fiume, si mangiavano le tagliatelle e le crescentine. Mi piaceva tornarci sempre, dopo i miei viaggi, significava tornare a Bologna, quello per me era come tornare a casa

TER: Cosa ti auspichi per il futuro dell'arte e le nuove generazioni di artisti sul panorama regionale?
PG: Ci vorrebbe più apertura, per i talenti locali, più eterogeneità porterebbe aria fresca, per non sprecare le potenzialità di Bologna.

Abbiamo incontrato Paolo in occasione dell'ultima esposizione fotografica in cui presenta i suoi due nuovi progetti artistici, che si sviluppano per assonanza e contrasto, come due facce della stessa medaglia.
Progetti speculari, da una parte la presenza umana è la chiave di lettura nell'altra è la mancanza della traccia umana, con soli paesaggi incontaminati.
Alle Origini della Terra è il titolo della prima serie di 13 fotografie: una sorta di racconto della creazione così come è descritta dall’Antico Testamento, attraverso immagini di scenari naturali che si ispirano ad una visione primordiale in un gioco di evocazione biblica.
La seconda serie è  Crossing Over. Attraverso l’immagine. Sono 13 scatti realizzati nell’attimo esatto in cui le figure umane attraversano il paesaggio, parallelamente al piano fotografico.  Da Cuba all’India, da Haiti al Nepal, passando per Colombia, Brasile e Madagascar non è mai statico, il cammino, il viaggio, il movimento dell'uomo sono i fulcri della rappresentazione.

Nel mastodontico oceano di immagini, oltre alle grandi tele ci sono i calendari realizzati in piccole dimensioni. Hanno un format singolare, i temi inventati, senza commissione, da Paolo sono unici, originali e parlano di vita comune, la quotidianità di un' azione, un movimento, una posa, che diventa arte, catturata e raccolta in sequenze di paesi e continenti diversi collegati da un medesimo fil rouge, il viaggio on the road più vero e iconico in cui cattura lo spirito di libertà.

Con 40 anni di esperienza fotografica alle spalle e un archivio di  10.000 scatti in diapositive da oltre 70 paesi nei cinque continenti, le fotografie di Paolo si prestano ad infinite declinazioni ed interpretazioni, l'unica certezza è che ci vuole talento, passione, pratica, ma soprattutto istinto per cogliere l'unicità di un momento, di un'emozione e imprimerla su pellicola.

Tutti i contatti e le informazioni su mostre temporanee e permanenti sono disponibili sul sito di Paolo Gotti

Attualmente all Centro San Domenico è esposta la versione in bianco e nero della serie fotografica Alle Origini della Terra.

Autore

Beatrice Belletti
Beatrice Belletti

Amante delle parole e dell'arte in ogni sua forma, dipendente da viaggi, sport e scarpe, sono alla ricerca costante di bellezza ed emozione. Tw: @bellebeatrix

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